Secondo i dati raccolti tramite il Kaspersky Security Network (KSN), nel corso del primo trimestre del 2013 le soluzioni anti-malware di Kaspersky Lab hanno rilevato e neutralizzato 1.345.570.352 oggetti nocivi.
Sommario
Il trimestre in cifre
- Secondo i dati raccolti tramite il Kaspersky Security Network (KSN), nel corso del primo trimestre del 2013 le soluzioni anti-malware di Kaspersky Lab hanno rilevato e neutralizzato 1.345.570.352 oggetti nocivi.
- Sono state da noi complessivamente individuate 22.750 nuove varianti di programmi malware specificamente creati dai virus writer per infettare i dispositivi mobile; si tratta, in sostanza, di oltre la metà del numero complessivo di varianti rilevate lungo tutto l’arco del 2012.
- Il 40% degli exploit individuati e respinti durante il trimestre esaminato nel presente report ha sfruttato vulnerabilità insite nei prodotti Adobe.
- Circa il 60% del numero totale di hosting nocivi è risultato ubicato sul territorio di tre soli paesi: Stati Uniti, Federazione Russa e Paesi Bassi.
Il quadro della situazione
Cyber-spionaggio e cyber-armamenti
Red October
All'inizio del 2013, Kaspersky Lab ha pubblicato un dettagliato rapporto, di notevoli dimensioni, contenente i risultati della ricerca condotta dai propri esperti di sicurezza IT riguardo all’operazione Red October (Ottobre Rosso), un’avanzata campagna di spionaggio informatico lanciata su scala globale. I principali target dell’esteso attacco in questione sono risultati essere gli enti governativi e le agenzie diplomatiche di diversi paesi del globo, oltre ad istituti di ricerca, società operanti nel settore dell’energia e del nucleare, obiettivi commerciali ed aerospaziali. Per analizzare i file nocivi e ricostruire l’intero schema utilizzato dai malintenzionati per portare l’esteso attacco informatico si sono resi necessari alcuni mesi di intenso lavoro; le accurate e laboriose indagini condotte, tuttavia, hanno permesso di portare alla luce una quantità considerevole di fattori ed elementi di notevole interesse e particolare curiosità.
Gli aggressori hanno attivamente operato, talvolta in maniera febbrile, lungo tutto l’arco degli ultimi cinque anni. La piattaforma di attacco multifunzionale da essi utilizzata permette di dispiegare agevolmente nuovi avanzati moduli per la raccolta delle informazioni sensibili; si tratta di una piattaforma estremamente flessibile, che comprende diverse estensioni e file nocivi progettati per adattarsi rapidamente alle configurazioni dei vari sistemi informatici presi di mira. Per controllare e gestire al meglio i sistemi infettati, gli aggressori hanno creato oltre 60 nomi di dominio e si sono avvalsi di vari server ospitati nell'ambito di servizi di hosting ubicati in vari paesi, per la maggior parte in Germania e Russia. Le analisi condotte da Kaspersky Lab sulle infrastrutture di comando e controllo utilizzate dagli aggressori hanno inoltre evidenziato la presenza di una vasta catena di server proxy, di cui i malintenzionati si sono avvalsi allo scopo di nascondere la reale posizione del server di controllo del sistema “madre”.
Oltre ai tradizionali obiettivi degli attacchi informatici, ovvero le workstation, Red October è in grado di colpire numerosi altri componenti ed elementi dell’infrastruttura informatica di cui è generalmente dotata un’organizzazione o una società. In effetti, il potente attack-toolkit qui esaminato ha, allo stesso tempo, la capacità di realizzare piuttosto agevolmente il furto dei dati sensibili custoditi nei dispositivi mobile, di carpire informazioni direttamente dalle apparecchiature di rete, di eseguire la raccolta di file memorizzati sui dischi USB. Inoltre, Red October è in grado di compiere il furto di database di posta elettronica dalla cartella locale di Outlook, oppure da un server POP/IMAP remoto, così come di estrarre file di vario tipo dai server FTP locali presenti in rete.
MiniDuke
Nello scorso mese di febbraio, la società FireEye ha pubblicato in Rete, all’interno del proprio blog, una dettagliata analisi riguardo alla comparsa di un nuovo insidioso programma malware, in grado di penetrare nel sistema informatico preso di mira tramite l’utilizzo di una vulnerabilità 0-day individuata in Adobe Reader (CVE-2013-0640). L’exploit appositamente creato dai virus writer per sfruttare tale vulnerabilità è di fatto divenuto il primo exploit in grado di bypassare l’azione protettiva svolta dalla «sandbox» di Acrobat Reader. L’exploit in questione genera sul computer-vittima il download di una backdoor, destinata in particolar modo a trafugare informazioni e dati sensibili dal sistema sottoposto a contagio informatico. Dopo aver ricevuto dei sample del suddetto malware ed aver effettuato le analisi del caso, i nostri esperti hanno assegnato al nuovo programma nocivo l’appellativo di «ItaDuke».
Dopo qualche tempo sono stati da noi rilevati ulteriori incidenti virali riconducibili alla tipologia sopra descritta, nell’ambito dei quali i malintenzionati erano ricorsi allo sfruttamento della medesima vulnerabilità 0-day; nella circostanza, tuttavia, i malware utilizzati risultavano diversi da quelli impiegati in precedenza. Il software nocivo di cui si erano avvalsi i malintenzionati è stato in seguito battezzato con il nome di «MiniDuke». Le indagini sugli incidenti sopra menzionati sono state condotte in collaborazione con la società ungherese CrySys Lab. Sono risultati essere vittima di MiniDuke enti governativi in Ukraina, Belgio, Portogallo, Romania, Repubblica Ceca e Irlanda; sono stati inoltre attaccati un’importante fondazione di ricerca in Ungheria, un prestigioso istituto di ricerca, due think tank (si è trattato, nella fattispecie, di centri di ricerca scientifica) ed un istituto fornitore di assistenza sanitaria negli Stati Uniti. Complessivamente, sono state da noi individuate 59 vittime uniche di MiniDuke, ubicate in 23 diversi paesi del globo.
Una delle caratteristiche più curiose ed interessanti degli attacchi informatici eseguiti attraverso il malware in causa è rappresentata dal fatto che MiniDuke è risultato essere il frutto di una particolare ed inedita combinazione tra un software nocivo di stampo “classico” - il cui codice, compatto e notevolmente sofisticato, è stato in tutta evidenza sviluppato da virus writer appartenenti alla “vecchia scuola” - e tecnologie piuttosto recenti ed avanzate, ma già ben affermate, volte allo sfruttamento di determinate vulnerabilità scoperte in Adobe Reader.
Gli aggressori hanno provveduto ad inviare alle vittime predestinate dei documenti PDF nocivi, recanti insidiosi exploit specificamente elaborati dagli autori di malware per colpire le versioni 9, 10 e 11 di Adobe Reader. Tali documenti contenevano informazioni riguardanti un particolare seminario sui diritti umani (ASEM), dati e dettagli sulla politica estera condotta dall’Ukraina e piani di adesione alla NATO. In caso di esito positivo dell’azione dannosa svolta dall’exploit nel sistema informatico compromesso, sul computer-vittima sarebbe stata recapitata una backdoor “unica”, personalizzata ad hoc per ogni sistema sottoposto ad attacco, scritta in linguaggio Assembler e dalle dimensioni estremamente contenute (solo 20Kb).
E’ di particolare interesse rilevare come, nell’ambito degli assalti informatici condotti tramite l’attack-toolkit in questione, i malintenzionati abbiano utilizzato Twitter (all'insaputa degli utenti-vittima): per ottenere gli indirizzi dei server di comando e controllo (C&C) e realizzare il successivo upload di ulteriori moduli nocivi, la backdoor iniziava difatti a cercare i tweet specifici di account già in uso, creati dagli stessi operatori dei server di comando di MiniDuke. Non appena il sistema informatico infetto stabiliva la connessione con il server di controllo, esso iniziava a ricevere appositi moduli codificati (backdoor), sotto forma di file GIF. Tali moduli dannosi erano provvisti di funzionalità piuttosto banali e ordinarie: copia, spostamento e rimozione di file, creazione di directory, download di ulteriori programmi nocivi.
APT1
Sempre nel mese di febbraio dell’anno in corso, la società Mandiant ha pubblicato all’interno del proprio sito web un esteso rapporto in formato PDF riguardo agli attacchi informatici condotti da un certo gruppo di hacker cinesi, denominato APT1. L’acronimo APT (Advanced Persistent Threat), come si sa, è ben conosciuto nell’ambito della sicurezza IT. Talvolta, tuttavia, esso viene utilizzato in maniera impropria per indicare minacce o attacchi informatici che sono ben lungi dal risultare veramente di natura «avanzata» o «persistente». Nel caso degli attacchi eseguiti dal gruppo APT1, però, queste definizioni calzano a pennello, poiché la campagna di spionaggio lanciata dagli hacker cinesi ha davvero assunto proporzioni serie e rilevanti.
Nella parte iniziale del suddetto report, Mandiant afferma che, presumibilmente, il termine APT1 indica proprio una specifica unità dell’esercito della Repubblica Popolare Cinese. La società in questione riporta persino il probabile indirizzo “fisico” dell’unità, e avanza precise supposizioni riguardo all’effettiva entità di quest’ultima, nonché sulle infrastrutture da essa utilizzate. Mandiant presume che il gruppo APT1 abbia iniziato la propria attività già a partire dal 2006 e che, nel breve volgere di 6 anni, sia riuscito a carpire terabyte di informazioni e dati relativi perlomeno a 141 diverse organizzazioni, ubicate - nella maggior parte dei casi - in paesi anglofoni. Attacchi informatici di simile portata, indubbiamente, non risultano possibili senza il supporto tangibile di centinaia di persone, e senza l’impiego di moderne infrastrutture, particolarmente avanzate e sviluppate.
Non è la prima volta che, a vari livelli, vengono avanzate delle accuse nei confronti della Cina riguardo alla presunta conduzione di cyber-attacchi rivolti ad enti governativi ed organizzazioni di vari paesi del globo. Allo stesso modo, non costituisce certamente motivo di particolare sorpresa il fatto che il governo cinese abbia respinto senza mezzi termini le supposizioni fatte nel caso specifico dalla società Mandiant.
Sottolineiamo come, sino ad oggi, nessun paese si sia mai dichiarato responsabile dell’effettuazione di attacchi informatici condotti con chiari intenti spionistici, né abbia mai ammesso, nemmeno sotto la pressione dell’opinione pubblica internazionale, di aver condotto precise campagne di cyber-spionaggio, nonostante l’esistenza di prove di particolare rilevanza.
TeamSpy
Nel mese di marzo 2013 sono state pubblicate dettagliate informazioni riguardo ad un ulteriore attacco informatico di particolare complessità, condotto all’interno di paesi facenti parte della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI) e in varie nazioni dell’Europa Orientale, nel corso del quale sono stati presi di mira uomini politici di alto livello e noti attivisti impegnati nella difesa dei diritti umani. L’operazione è stata definita «TeamSpy», poiché, per ottenere il pieno controllo dei computer-vittima, gli aggressori si sono avvalsi del programma TeamViewer, noto tool del tutto legittimo, normalmente preposto all’esecuzione di procedure di amministrazione da remoto. Nella circostanza, lo scopo principale degli “attaccanti” era rappresentato dalla raccolta di dati e informazioni sensibili presenti sui computer degli utenti sottoposti ad assalto informatico, ad iniziare dalla realizzazione di specifici screenshot, per concludere con accurate operazioni di copiatura dei file provvisti di estensione .pgp, incluso password e chiavi di crittografia.
Sebbene l’attack-toolkit utilizzato nell’ambito dell’operazione TeamSpy - e, nel complesso, l’operazione stessa - risultino molto meno sofisticati e “professionali” rispetto agli strumenti utilizzati per la conduzione della vasta e potente campagna di spionaggio Red October, esaminata in un precedente capitolo del presente report, gli attacchi informatici classificati con la denominazione di TeamSpy non sono affatto risultati infruttuosi per gli aggressori che li hanno orditi.
Stuxnet 0.5
In genere, nell’ambito dell’industria antivirus non vengono analizzati così di frequente incidenti virali, legati alle attività del malware, per la cui soluzione si rendono necessari mesi e mesi di accurate e laboriose indagini da parte di interi team di esperti di sicurezza IT. Ancor più rari sono quegli eventi destinati a rimanere al centro dell’attenzione degli analisti per vari anni di seguito, così come è avvenuto in occasione della scoperta del famigerato worm Stuxnet, ormai da quasi tre anni oggetto di approfondite ricerche. Nonostante il suddetto malware sia già stato ampiamente esaminato da numerose società produttrici di soluzioni antivirus, permane tuttora un consistente numero di moduli nocivi ad esso riconducibili che non sono stati ancora sufficientemente “studiati”, oppure non sono stati fatti in alcun modo oggetto di analisi da parte degli esperti del settore. Non bisogna poi dimenticare che sono state individuate varie versioni del worm Stuxnet; come è noto, la più datata di esse risale addirittura all’anno 2009. In passato, gli esperti hanno comunque a più riprese ipotizzato l’esistenza di versioni addirittura precedenti del malware in causa (o che nel torbido panorama del malware le stesse fossero tranquillamente in circolazione); fino a poco tempo fa, tuttavia, nessuno è stato mai in grado di raccogliere, di fatto, prove definitive ed inequivocabili a tale riguardo.
Le ipotesi avanzate in precedenza dagli esperti hanno di recente trovato una precisa conferma. Verso la fine dello scorso mese di febbraio, Symantec ha difatti pubblicato sul proprio blog ufficiale i risultati di una ricerca condotta riguardo ad una nuova «vecchia» versione del suddetto worm: Stuxnet 0.5. Tale versione, attivamente utilizzata tra il 2007 e il 2009 per la conduzione di attacchi informatici, è risultata essere la più datata tra tutte le varianti di Stuxnet complessivamente individuate dagli esperti di sicurezza IT. Si tratta di una singolare versione del worm in causa, che si contraddistingue per certe caratteristiche particolarmente curiose ed interessanti di cui è provvista:
- In primo luogo, essa è stata creata mediante l’utilizzo della stessa piattaforma impiegata dagli autori di malware per lo sviluppo di Flame e non, come le successive varianti di Stuxnet, tramite la piattaforma Tilded.
- In secondo luogo, è stato rilevato che la diffusione del worm veniva realizzata attraverso l’infezione di file creati con il software Simatic Step 7, sviluppato da Siemens, e che la «nuova» versione di Stuxnet sottoposta ad analisi non conteneva alcun exploit appositamente elaborato per colpire i prodotti Microsoft.
- In terzo luogo, il processo di diffusione di Stuxnet 0.5 è improvvisamente cessato il 4 luglio 2009.
- E’ infine risultato che proprio Stuxnet 0.5 era dotato di un payload dannoso pienamente operativo nei confronti dei Programmable Logic Controller (PLC) Siemens 417 (nelle successive versioni del malware - Stuxnet 1.x - tale funzionalità è invece risultata incompleta).
I risultati delle analisi condotte sul codice nocivo contenuto nel sample della versione 0.5 di Stuxnet hanno permesso di aggiungere preziose informazioni riguardo alle specifiche caratteristiche di tale programma nocivo, uno dei malware più sofisticati mai sviluppati dai virus writer. Con ogni probabilità, nell’immediato futuro, ulteriori elementi di volta in volta individuati dagli analisti andranno ad integrare le informazioni di cui attualmente disponiamo riguardo al famigerato worm. Lo stesso si può dire per i sample di cyber-armi o per gli strumenti di cyber-spionaggio scoperti dopo il rilevamento di Stuxnet; ciò che al giorno d’oggi sappiamo su di essi è ben lungi dal rappresentare qualcosa di completo e definitivo.
Gli attacchi mirati
Attacchi informatici contro attivisti tibetani e uiguri
Durante gli scorsi mesi di gennaio e febbraio è stato da noi rilevato un sensibile aumento del numero di attacchi mirati condotti nei confronti di utenti uiguri provvisti di sistema operativo Mac OS X. Tutti gli assalti informatici in questione utilizzavano la vulnerabilità CVE-2009-0563, peraltro già chiusa da Microsoft circa 4 anni fa. L’exploit in grado di sfruttare tale falla di sicurezza veniva recapitato sui computer-vittima tramite appositi documenti MS Office, facilmente riconoscibili grazie al singolare nome dell’autore indicato nelle proprietà del file, ovvero «captain». In caso di esito positivo dell’azione nociva esercitata, tale exploit generava il download di un programma backdoor per Mac OS X, elaborato sotto forma di file Mach-O. Si trattava, nella circostanza, di una backdoor di dimensioni decisamente contenute, dotata di funzionalità molto limitate; essa provvedeva esclusivamente ad installare un ulteriore programma backdoor ed un programma nocivo specificamente elaborato per realizzare il furto dei dati personali (contatti).
Gli attacchi nei confronti degli attivisti tibetani sono stati invece da noi individuati a metà del mese di marzo 2013. Nel caso specifico, gli aggressori utilizzavano l’exploit CVE-2013-0640, già menzionato all’interno del nostro report (exploit precedentemente utilizzato nell’ambito degli attacchi ItaDuke), per bypassare la «sandbox» presente in Acrobat Reader X ed infettare, in tal modo, i computer presi di mira.
Alla fine del mese di marzo 2013, l’ondata di attacchi informatici analizzata nel presente capitolo ha colpito anche gli utenti dei dispositivi mobile equipaggiati con sistema operativo Android. Tutto è iniziato con l’hacking dell’account di posta elettronica di un noto attivista tibetano, a nome del quale sono stati inviati messaggi e-mail nocivi contenenti uno specifico allegato sotto forma di file con estensione .APK, che si è rivelato essere, in realtà, un software nocivo destinato alla piattaforma Android (i prodotti anti-malware di Kaspersky Lab rilevano tale programma dannoso come Backdoor.AndroidOS.Chuli.a). Il malware in questione, dopo aver comunicato segretamente al proprio server di comando il buon esito del processo di infezione del dispositivo-vittima, inizia a raccogliere le informazioni e i dati custoditi all’interno di quest’ultimo: contatti, registri delle chiamate, messaggi SMS, dati GPS, informazioni sul dispositivo stesso. Successivamente, il programma backdoor provvede a criptare i dati sottratti, avvalendosi del sistema di codifica Base64, e ne effettua l’upload sul server di comando. Le specifiche indagini da noi condotte relativamente al server di comando e controllo utilizzato nell’ambito dei suddetti attacchi hanno evidenziato come gli aggressori utilizzassero, di fatto, la lingua cinese.
Solo pochi giorni dopo che erano stati resi noti i risultati delle ricerche da noi eseguite, The Citizen Lab - il noto laboratorio interdisciplinare insediato presso l'Università di Toronto - ha pubblicato una dettagliata analisi riguardo ad un incidente virale del tutto simile. Il bersaglio di tale attacco informatico era costituito, anch’esso, da utenti Android collegati, in un modo o nell’altro, con il Tibet e gli attivisti tibetani. Nella fattispecie, il programma nocivo utilizzato possedeva funzionalità del tutto analoghe a quelle sopra descritte (furto di informazioni personali); è poi emerso che si trattava, in pratica, di una versione compromessa di Kakao Talk, il popolare client di instant messaging per dispositivi Android.
Attacchi hacking nei confronti dei network aziendali di importanti società tecnologiche
Desideriamo evidenziare come, nel primo trimestre dell’anno in corso, si siano purtroppo verificati numerosi episodi di hacking nei confronti delle infrastrutture informatiche di note aziende di elevato profilo tecnologico, volti a procurare, tra l’altro, consistenti fughe di password. Tra le “vittime” di tali insistiti e sofisticati attacchi segnaliamo società del calibro di Apple, Facebook, Twitter, Evernote, ed altre ancora.
All’inizio del mese di febbraio, ad esempio, Twitter ha ufficialmente dichiarato che ignoti aggressori erano riusciti a realizzare il furto di dati (incluso le hash delle password) relativi a ben 250.000 utenti del celebre social network. Appena due settimane dopo, attraverso il proprio blog, Facebook comunicava che i laptop di alcuni suoi dipendenti erano stati infettati dal malware. L’incidente virale si era prodotto a seguito della visita di un sito web compromesso, nella fattispecie un sito per sviluppatori di applicazioni mobile, violato dai malintenzionati e contenente un pericoloso exploit. La società ha in seguito dichiarato che non si è trattato di un comune assalto informatico, bensì di un vero e proprio attacco mirato: il preciso obiettivo degli aggressori, difatti, era quello di penetrare all’interno del network aziendale di Facebook. Fortunatamente, secondo quanto affermato dai rappresentanti della più estesa rete sociale del pianeta, Facebook è riuscita ad evitare ogni possibile perdita di informazioni e di dati relativi ai propri utenti.
Trascorsi pochi giorni, anche Apple dichiarava, da parte sua, che nei confronti di alcuni suoi dipendenti era stato condotto esattamente lo stesso tipo di attacco informatico sopra descritto, verificatosi a seguito della visita del suddetto sito web per sviluppatori mobile. Anche in tale circostanza, secondo quanto affermato da Apple, non aveva avuto luogo alcuna fuga di dati.
All’inizio del mese di marzo, infine, la società Evernote ha comunicato a tutti i propri utenti (all’incirca 50 milioni) di provvedere a reimpostare al più presto la password utilizzata fino ad allora, allo scopo di proteggere informazioni e contenuti riservati ad essi relativi. Tale decisione è scaturita a seguito di un attacco hacker subito da Evernote, nel corso del quale i malintenzionati si sono introdotti nella rete interna della società, tentando di ottenere l’accesso ai dati riservati in essa custoditi.
Per tutto il 2011 abbiamo assistito al manifestarsi di numerosi episodi di hacking di massa, nel corso dei quali si sono verificate ripetute intrusioni nelle reti aziendali di varie società, con successive ingenti fughe di dati. Sul momento, qualcuno ha forse pensato che, con il tempo, tali attacchi avrebbero potuto progressivamente attenuarsi, fino a scomparire del tutto dalla scena della cybercriminalità: in realtà, gli sviluppi si sono rivelati assai diversi. In effetti, così come nel recente passato, i malintenzionati continuano tuttora a mostrarsi interessati alla conduzione di estese operazioni di hackeraggio nei confronti delle infrastrutture informatiche di società di primaria importanza, con il preciso obiettivo di carpire illegalmente informazioni e dati confidenziali (incluso quelli relativi agli utenti).
Il malware mobile
Nel mese di febbraio 2013 abbiamo pubblicato la Parte 6 del nostro consueto report sull’evoluzione delle minacce informatiche specificamente «dedicate» a smartphone, tablet ed altri dispositivi mobile. Secondo i dati raccolti ed elaborati dai nostri esperti, nel 2012 l’OS Android è divenuto di gran lunga il principale obiettivo degli autori di malware mobile; complessivamente, nell’anno passato, abbiamo assistito ad una crescita esplosiva del numero dei software nocivi specificamente creati dai virus writer per infettare le piattaforme mobile. Ma la tendenza ad un rapido aumento del numero di programmi nocivi destinati ai sistemi operativi mobile ha continuato a manifestarsi anche durante il primo trimestre del 2013? La risposta, purtroppo, è affermativa.
Alcuni dati statistici
Gennaio, per tradizione, è un mese di relativa “calma” per ciò che riguarda l’attività degli autori di programmi malware per dispositivi mobile; nel primo mese del 2013, in effetti, sono state da noi complessivamente individuate “soltanto” 1.263 nuove varianti di malware mobile. Nel corso dei due mesi successivi, però, abbiamo rilevato l’esistenza di oltre 20.000 nuovi sample di software nocivi appositamente sviluppati per colpire i dispositivi mobile. Per la precisione, nel febbraio scorso sono state scoperte 12.044 nuove varianti di malware mobile, mentre nel successivo mese di marzo il loro numero ha raggiunto quota 9.443. Giudicate un po’ voi: lungo tutto l’arco del 2012, considerando tutte le piattaforme mobile esistenti, erano stati da noi complessivamente individuati 40.059 sample di programmi dannosi per smartphone, tablet ed altri apparecchi mobile.
I Trojan-SMS, responsabili dell’invio - non autorizzato da parte dell’utente - di messaggi SMS verso costosi numeri a pagamento, continuano tuttora a rappresentare la categoria di malware mobile più diffusa in assoluto; il 63,6% del volume complessivo di attacchi informatici compiuti attraverso il dispiegamento di programmi nocivi per dispositivi mobile è difatti da imputare proprio ai famigerati Trojan-SMS.
Il 99,9% dei nuovi malware mobile individuati nel corso del primo trimestre del 2013 è risultato essere specificamente rivolto al sistema operativo Android.
In base ai dati raccolti tramite il servizio cloud KSN, la rete di sicurezza globale istituita da Kaspersky Lab, la TOP-20 relativa agli oggetti nocivi (malware mobile e software potenzialmente indesiderati) maggiormente diffusi sui dispositivi Android, si presenta nel modo seguente:
| Posizione | Denominazione | % sul numero complessivo di attacchi |
| 1 | Trojan-SMS.AndroidOS.FakeInst.a | 29,45% |
| 2 | Trojan.AndroidOS.Plangton.a | 18,78% |
| 3 | Trojan-SMS.AndroidOS.Opfake.a | 12,23% |
| 4 | Trojan-SMS.AndroidOS.Opfake.bo | 11,49% |
| 5 | Trojan-SMS.AndroidOS.Agent.a | 3,43% |
| 6 | Trojan-SMS.AndroidOS.Agent.u | 2,54% |
| 7 | RiskTool.AndroidOS.AveaSMS.a | 1,79% |
| 8 | Monitor.AndroidOS.Walien.a | 1,60% |
| 9 | Trojan-SMS.AndroidOS.FakeInst.ei | 1,24% |
| 10 | Trojan-SMS.AndroidOS.Agent.aq | 1,10% |
| 11 | Trojan-SMS.AndroidOS.Agent.ay | 1,08% |
| 12 | Trojan.AndroidOS.Fakerun.a | 0,78% |
| 13 | Monitor.AndroidOS.Trackplus.a | 0,75% |
| 14 | Adware.AndroidOS.Copycat.a | 0,69% |
| 15 | Trojan-Downloader.AndroidOS.Fav.a | 0,66% |
| 16 | Trojan-SMS.AndroidOS.FakeInst.ee | 0,55% |
| 17 | HackTool.AndroidOS.Penetho.a | 0,54% |
| 18 | RiskTool.AndroidOS.SMSreg.b | 0,52% |
| 19 | Trojan-SMS.AndroidOS.Agent.aa | 0,48% |
| 20 | HackTool.AndroidOS.FaceNiff.a | 0,43% |
La leadership della speciale graduatoria da noi stilata è andata ad appannaggio del malware mobile denominato Trojan-SMS.AndroidOS.FakeInst.a (29,45%). Si tratta di un programma nocivo rivolto principalmente agli utenti mobile ubicati sul territorio della Federazione Russa, preposto a generare il download - da siti web dai contenuti quantomeno dubbi - dei più disparati software nocivi destinati ai dispositivi mobile provvisti di OS Android. Spesso, all’interno di siti del genere, i malintenzionati distribuiscono insidiosi programmi malware, mascherati sotto forma di software in apparenza utili.
Il secondo gradino del “podio” virtuale risulta occupato dal trojan “pubblicitario” classificato come Trojan.AndroidOS.Plangton.a (18,78%). Plangton si incontra piuttosto di frequente in varie applicazioni gratuite per smartphone Android: attraverso tale programma l’utente visualizza, a tutti gli effetti, dei messaggi pubblicitari sullo schermo del proprio dispositivo mobile. Il software in questione è inoltre provvisto di una specifica funzionalità nociva, volta a modificare la pagina web iniziale del programma di navigazione in uso presso l’utente, la quale viene furtivamente cambiata senza che quest’ultimo possa essere opportunamente avvisato e possa pertanto esprimere o meno il proprio consenso; è per tale motivo che il comportamento del programma adware Plangton viene ritenuto dannoso nei confronti del proprietario del dispositivo mobile. La principale area geografica di diffusione di tale software risulta essere attualmente l’Europa; nei paesi del “vecchio” continente Plangton viene in effetti attivamente utilizzato dagli sviluppatori di software gratuiti allo scopo di mostrare messaggi pubblicitari di ogni genere agli utenti degli smartphone, con il chiaro intento di cercare di “monetizzare” il prodotto realizzato.
In terza e quarta posizione, poi, si sono insediati due Trojan-SMS riconducibili alla famiglia Opfake: Trojan-SMS.AndroidOS.Opfake.a (12,23%) e Trojan-SMS.AndroidOS.Opfake.bo (11,49%). Ricordiamo, nella circostanza, come le prime varianti di malware mobile appartenente alla famiglia Opfake risultassero inizialmente camuffate sotto forma di una nuova versione di Opera, il popolare browser mobile. Attualmente, i programmi nocivi che recano il marchio della suddetta famiglia di malware si spacciano invece per nuove versioni di software particolarmente diffusi presso il pubblico degli utenti (Skype, Angry Birds e via dicendo).
Gli incidenti virali
Esamineremo qui di seguito due incidenti di particolare rilevanza che, nel corso del primo trimestre del 2013, si sono manifestati nello specifico segmento del malware appositamente sviluppato dai virus writer per attaccare i dispositivi mobile:
- individuazione del nuovo software nocivo denominato Perkele (o Perkel), specializzato nel “dare la caccia” ai codici segreti mTAN;
- creazione della botnetMTK.
Degli insistiti attacchi mirati condotti nei confronti degli utenti del sistema operativo Android - episodi di indubbia rilevanza nell’ambito dei principali incidenti virali verificatisi nei primi mesi dell’anno corrente - abbiamo già riferito in un precedente capitolo del nostro report trimestrale dedicato all’evoluzione del malware.
Perkel
Nella prima metà del mese di marzo, il noto giornalista Brian Krebs ha individuato, all’interno di alcuni forum “underground” in lingua russa varie informazioni riguardo ad un nuovo trojan-banker per dispositivi mobile, destinato agli utenti di ben 69 diversi paesi, resosi già responsabile di un considerevole numero di infezioni informatiche in ogni angolo del globo. Krebs ha ipotizzato che il trojan in questione fosse stato creato da virus writer di lingua russa, visto che il toolkit necessario per sviluppare tale software nocivo viene abitualmente diffuso attraverso forum per utenti russi.
Notizie del genere, ovviamente, attirano immediatamente l’attenzione degli esperti di sicurezza IT che operano all’interno delle società produttrici di soluzioni antivirus; fino a quel momento, tuttavia, nessuno ancora disponeva di alcun sample relativo al suddetto programma malware.
Qualche giorno dopo, in ogni caso, sono state rilevate le prime varianti del trojan Perkel. Le analisi da noi condotte sul nuovo malware individuato hanno subito evidenziato come, con la sua scoperta, il già nutrito gruppo di programmi malware specializzati nel furto dei codici mTAN contenuti negli SMS inviati dagli istituti bancari ai propri clienti, si fosse ulteriormente infoltito. Le funzionalità di cui è provvisto il trojan-banker in causa sono quelle tipiche dei programmi riconducibili a tale tipologia di malware; segnaliamo, tuttavia, due specifici tratti distintivi che conferiscono a Perkel un marcato carattere di “unicità”:
- per comunicare con il server di comando e controllo, e per effettuare l’upload dei dati e delle informazioni sensibili sottratte agli utenti (oltre ai codici segreti mTAN contenuti nei messaggi SMS - trasmessi dalle banche ai propri clienti per il perfezionamento delle operazioni di banking online - il malware qui esaminato raccoglie ugualmente varie informazioni relative al dispositivo mobile preso di mira) il trojan Perkel, di regola, non si avvale di messaggi SMS, bensì utilizza il normale protocollo HTTP.
- Tale software nocivo è in grado di auto-aggiornarsi, scaricando una nuova copia di se stesso dal server remoto di riferimento.
La botnet mobile MTK A metà gennaio sono comparse varie notizie riguardo all’esistenza di una botnet di vaste proporzioni, composta da circa un milione di dispositivi mobile “zombie” equipaggiati con sistema operativo Android ed appartenenti, principalmente, ad utenti cinesi. E’ poi risultato essere l’artefice della creazione e dello sviluppo di tale estesa botnet mobile un insidioso programma malware distribuito dai malintenzionati sul territorio della Repubblica Popolare Cinese (le soluzioni antivirus di Kaspersky Lab rilevano tale software nocivo come Trojan.AndroidOS.MTK). Esso si diffonde attraverso siti web appartenenti alla categoria degli app store non ufficiali per la piattaforma Android, particolarmente diffusi in Cina; nella fattispecie, la distribuzione avviene tramite giochi - compromessi dal malware - che godono di notevole popolarità presso gli utenti mobile. Oltre che per eseguire il furto delle informazioni relative allo smartphone, dei contatti e dei messaggi presenti nel dispositivo, i programmi nocivi riconducibili a tale famiglia di malware vengono utilizzati dai cybercriminali allo scopo di “gonfiare” artificialmente la popolarità di numerose applicazioni. Per raggiungere tale obiettivo, i trojan in questione generano, a totale insaputa dell’utente, il download e la successiva installazione di tali applicazioni sullo smartphone-vittima; al tempo stesso, sul sito dell’app store, viene assegnato il rating più elevato al software scaricato sul dispositivo dell’utente. Una volta compiute le operazioni qui sopra descritte, i suddetti malware mobile provvedono ad interfacciarsi con il server remoto, per comunicare a quest’ultimo le attività nel frattempo eseguite. Come è noto, il numero delle applicazioni sviluppate per l’OS Android è in costante e repentina crescita, per cui risulta spesso alquanto complicato e difficile, per le applicazioni di volta in volta elaborate, acquisire l’auspicato grado di popolarità presso il pubblico degli utenti mobile. E’ proprio per tale specifico motivo che metodi del genere, utilizzati per accrescere illecitamente il livello di popolarità di un’applicazione, stanno purtroppo trovando una diffusione sempre più ampia nel panorama del malware.
Revoca di certificati digitali emessi da TurkTrust
Nel primo trimestre del 2013 si è verificato un ulteriore incidente di particolare rilevanza per ciò che riguarda, nello specifico, la sfera dei certificati digitali. Microsoft, Mozilla e Google hanno annunciato all’unisono la revoca di due certificati digitali emessi da TurkTrust, immediatamente rimossi dai database dei rispettivi browser web.
E’ difatti emerso che, nel mese di agosto dello scorso anno, l’Autorità di Certificazione turca denominata TurkTrust aveva rilasciato a due diverse società dei certificati digitali “intermedi”, invece dei consueti certificati SSL. Certificati del genere possono essere utilizzati per la successiva emissione di certificati SSL standard, che i browser web ritengono poi sicuri ed affidabili durante la navigazione in Rete da parte dell’utente.
Nel mese di dicembre, Google ha scoperto che uno dei certificati emessi a nome della suddetta Certificate Authority veniva illecitamente utilizzato per ricreare l'identità del dominio <google.com>, nell’ambito di attacchi informatici del tipo «man-in-the middle». Naturalmente, l’episodio dell’attacco registratosi nei confronti di Google non esclude l’eventualità che altri certificati digitali, rilasciati con le medesime modalità, possano essere stati agevolmente impiegati da malintenzionati in attacchi analoghi, rivolti ad altre società.
L’ennesimo incidente legato all’emissione di certificati digitali e alla loro attendibilità, ha ancora una volta dimostrato come il serio problema dell’utilizzo nocivo di certificati del tutto legittimi risulti tuttora di estrema attualità. L’impiego di tali certificati per fini illeciti può essere difatti rilevato soltanto ad attacco informatico già avvenuto: non esistono, per il momento, metodi efficaci che consentano di poter prevenire il verificarsi di simili incidenti di sicurezza IT.
Le statistiche
Le minacce in Internet
Oggetti infetti rilevati in Internet
TOP-20 relativa agli oggetti infetti rilevati in Internet
| Posizione | Denominazione | % sul numero complessivo di attacchi |
| 1 | Trojan-SMS.AndroidOS.FakeInst.a | 29,45% |
| 2 | Trojan.AndroidOS.Plangton.a | 18,78% |
| 3 | Trojan-SMS.AndroidOS.Opfake.a | 12,23% |
| 4 | Trojan-SMS.AndroidOS.Opfake.bo | 11,49% |
| 5 | Trojan-SMS.AndroidOS.Agent.a | 3,43% |
| 6 | Trojan-SMS.AndroidOS.Agent.u | 2,54% |
| 7 | RiskTool.AndroidOS.AveaSMS.a | 1,79% |
| 8 | Monitor.AndroidOS.Walien.a | 1,60% |
| 9 | Trojan-SMS.AndroidOS.FakeInst.ei | 1,24% |
| 10 | Trojan-SMS.AndroidOS.Agent.aq | 1,10% |
| 11 | Trojan-SMS.AndroidOS.Agent.ay | 1,08% |
| 12 | Trojan.AndroidOS.Fakerun.a | 0,78% |
| 13 | Monitor.AndroidOS.Trackplus.a | 0,75% |
| 14 | Adware.AndroidOS.Copycat.a | 0,69% |
| 15 | Trojan-Downloader.AndroidOS.Fav.a | 0,66% |
| 16 | Trojan-SMS.AndroidOS.FakeInst.ee | 0,55% |
| 17 | HackTool.AndroidOS.Penetho.a | 0,54% |
| 18 | RiskTool.AndroidOS.SMSreg.b | 0,52% |
| 19 | Trojan-SMS.AndroidOS.Agent.aa | 0,48% |
| 20 | HackTool.AndroidOS.FaceNiff.a | 0,43% |
Paesi nelle cui risorse web si celano maggiormente i programmi malware


Distribuzione geografica delle risorse web contenenti programmi nocivi (ripartizione per paesi) - Situazione relativa al primo trimestre del 2013
Ci pare innanzitutto doveroso sottolineare come la TOP-10 analizzata in questo capitolo del nostro consueto report trimestrale dedicato all’evoluzione del malware presenti una nuova leadership: sul gradino più alto del “podio” virtuale - precedentemente occupato dalla Federazione Russa - si sono in effetti insediati ancora una volta gli USA. Nel primo trimestre dell’anno in corso la quota riconducibile alla Russia ha fatto registrare un valore pari al 19% (- 6%), mentre l’indice relativo agli Stati Uniti ha raggiunto il 25% (+ 3%); è curioso osservare come, per l’ennesima volta, i due suddetti paesi si siano scambiati la rispettiva posizione occupata in classifica. Le quote relative agli altri paesi presenti in graduatoria sono rimaste sostanzialmente invariate rispetto all’analogo rating relativo al quarto trimestre dello scorso anno.
Paesi i cui utenti sono risultati sottoposti ai maggiori rischi di infezioni informatiche diffuse attraverso Internet
Al fine di valutare nel modo più definito possibile il livello di rischio esistente riguardo alle infezioni informatiche distribuite via web - rischio al quale risultano sottoposti i computer degli utenti nei vari paesi del globo - abbiamo stimato la frequenza con la quale, nel corso del trimestre qui analizzato, gli utenti dei prodotti Kaspersky Lab, ubicati nelle varie regioni geografiche mondiali, hanno visto entrare in azione il modulo anti-virus specificamente dedicato al rilevamento delle minacce IT presenti nel World Wide Web. Evidenziamo come l’indice in questione non dipenda, in ogni caso, dal numero di utenti del Kaspersky Security Network presenti in un determinato paese.


I 20 paesi* nei quali si è registrato il maggior numero di tentativi di infezione dei computer degli utenti tramite Internet**. Situazione relativa al primo trimestre del 2013
* Nell'effettuare i calcoli statistici non abbiamo tenuto conto di quei paesi in cui il numero di utenti delle soluzioni anti-virus di Kaspersky Lab risulta ancora relativamente contenuto (meno di 10.000 utenti). ** Quote percentuali relative al numero di utenti unici sottoposti ad attacchi web rispetto al numero complessivo di utenti unici dei prodotti Kaspersky Lab nel paese.
Rispetto al quarto trimestre del 2012, le prime dieci posizioni della graduatoria relativa ai paesi i cui utenti sono risultati sottoposti con maggiore frequenza ai rischi di infezioni informatiche diffuse attraverso il World Wide Web, sono rimaste in sostanza immutate. Così come in precedenza, la TOP-10 in questione risulta interamente composta da paesi ubicati nello spazio geografico post-sovietico. La Russia, ad esempio, con una quota pari al 57%, è andata ad occupare la terza piazza del rating da noi stilato. Alcuni interessanti cambiamenti si sono tuttavia prodotti nella seconda parte della classifica sopra riportata: nel primo trimestre del 2013, in effetti, sono entrate a far parte della TOP-20 in causa sia la Tunisia (43,1%) che l’Algeria (39%). L’unico paese dell’Europa Occidentale presente nella suddetta graduatoria risulta essere l’Italia, collocatasi in sedicesima posizione con un indice pari al 39,9%.
In base al livello di «contaminazione» informatica cui sono stati sottoposti i computer degli utenti nel trimestre preso in esame, risulta possibile suddividere i vari paesi del globo in gruppi distinti.
- Gruppo a massimo rischio. Esso comprende quei paesi in cui oltre il 60% degli utenti della Rete - almeno una volta - si è imbattuto negli insidiosi malware circolanti in Internet. Rileviamo come nel primo trimestre del 2013 sia tuttavia entrato a far parte di questa categoria, particolarmente critica, un solo paese, il Tajikistan (60,4%).
- Gruppo ad alto rischio. Sono entrati a far parte di tale gruppo - contraddistinto da quote che vanno dal 41% al 60% - esattamente 13 dei 20 paesi che compongono la Top-20 (ovvero lo stesso numero di paesi rilevato nel quarto trimestre del 2012). Evidenziamo come, ad eccezione di Vietnam, Tunisia e Sri Lanka - che peraltro occupano le posizioni di coda di questo secondo gruppo - si trovino nella categoria “ad alto rischio” esclusivamente paesi situati nello spazio geografico post-sovietico, quali Armenia (59,5%), Russia (57%), Kazakhstan (56,8%), Azerbaijan (56,7%), Bielorussia (49,9%) e Ukraina (49%).
- Gruppo a rischio. Esso è relativo agli indici percentuali che spaziano nel range 21% - 40%. Complessivamente, sono entrati a far parte di questo terzo gruppo ben 102 paesi, tra cui Italia (39,9%), Germania (36,6%), Francia (35,8%), Belgio (33,8%), Sudan (33,1%), Spagna (32,5%), Qatar (31,9%), Stati Uniti (31,6%), Irlanda (31,5%), Gran Bretagna (30,2%), Emirati Arabi Uniti (28,7%) e Paesi Bassi (26,9%).
- Gruppo dei paesi nei quali la navigazione in Internet risulta più sicura. Per ciò che riguarda il primo trimestre del 2013, figurano in tale gruppo 28 paesi, i quali presentano quote comprese nella forchetta 12,5-21%. Gli indici percentuali più bassi in assoluto (quote inferiori al 20%), relativamente al numero di utenti sottoposti ad attacchi informatici attraverso il web, sono stati registrati per i paesi africani, nazioni caratterizzate - come è noto - da un debole sviluppo delle infrastrutture Internet. Rappresentano quindi un’eccezione, nell’ambito della categoria relativa ai paesi nei quali il surfing in Rete risulta più sicuro, il Giappone (15,6%) e la Slovacchia (19,9%).

Quadro globale dei paesi i cui utenti sono risultati sottoposti al rischio di infezioni informatiche attraverso Internet - Situazione relativa al 1° trimestre del 2013
In media, nel corso del trimestre qui preso in esame, il 39,1% del numero complessivo di computer facenti parte del Kaspersky Security Network ha subito almeno un attacco informatico durante la quotidiana navigazione in Internet da parte degli utenti della Rete. Sottolineiamo inoltre come, rispetto al quarto trimestre del 2012, la quota percentuale media di computer sottoposti ad attacchi durante l'esplorazione del web - e, di conseguenza, esposti al rischio di pericolose infezioni informatiche - abbia fatto registrare un incremento pari all’ 1,5%.
Minacce informatiche locali
Oggetti nocivi rilevati nei computer degli utenti
Oggetti nocivi rilevati nei computer degli utenti: TOP-20
| Posizione | Denominazione | % di utenti unici sottoposti ad attacco* |
| 1 | DangerousObject.Multi.Generic | 18,51% |
| 2 | Trojan.Win32.Generic | 16,04% |
| 3 | Trojan.Win32.AutoRun.gen | 13,60% |
| 4 | Virus.Win32.Sality.gen | 8,43% |
| 5 | Exploit.Win32.CVE-2010-2568.gen | 6,93% |
| 6 | Trojan.Win32.Starter.yy | 5,11% |
| 7 | Net-Worm.Win32.Kido.ih | 3,46% |
| 8 | HiddenObject.Multi.Generic | 3,25% |
| 9 | Trojan.Win32.Hosts2.gen | 3,17% |
| 10 | Virus.Win32.Nimnul.a | 3,13% |
| 11 | Virus.Win32.Generic | 3,09% |
| 12 | Net-Worm.Win32.Kido.ir | 2,85% |
| 13 | Trojan.Script.Generic | 2,54% |
| 14 | AdWare.Win32.Bromngr.b | 2,51% |
| 15 | Exploit.Java.CVE-2012-1723.gen | 2,38% |
| 16 | Trojan.Win32.Starter.lgb | 2,38% |
| 17 | Trojan-Downloader.Win32.Generic | 2,13% |
| 18 | AdWare.Win32.Bromngr.h | 2,11% |
| 19 | Hoax.Win32.ArchSMS.gen | 2,09% |
| 20 | Trojan-Dropper.VBS.Agent.bp | 1,97% |
Paesi nei quali i computer degli utenti sono risultati sottoposti al rischio più elevato di infezioni informatiche locali


Livello di «contaminazione» informatica rilevato nei computer degli utenti KSN* - TOP-20 dei paesi sottoposti al rischio più elevato di infezioni informatiche locali**. Dati relativi al primo trimestre del 2013
* Quote percentuali relative al numero di utenti unici sui computer dei quali sono state bloccate minacce informatiche locali, rispetto al numero complessivo di utenti unici dei prodotti Kaspersky Lab nel paese. ** Nell'effettuare i calcoli statistici non abbiamo tenuto conto di quei paesi in cui il numero di utenti delle soluzioni anti-virus di Kaspersky Lab risulta ancora relativamente contenuto (meno di 10.000 utenti).
Desideriamo sottolineare come, per il quarto trimestre consecutivo, le prime venti posizioni del rating qui sopra riportato risultino quasi interamente occupate da paesi ubicati nel continente africano, in Medio Oriente e nel Sud-Est asiatico. La quota relativa al Bangladesh, tradizionale leader della speciale classifica da noi stilata - basata sul numero di computer nei quali i nostri prodotti anti-malware hanno individuato e bloccato pericolosi programmi malware - è ulteriormente diminuita (stavolta dell’ 11,8%) attestandosi in tal modo su un valore pari al 67,8%. Ricordiamo nella circostanza come, nel terzo trimestre del 2012, l’indice attribuibile al popoloso paese situato nel sub-continente indiano avesse fatto segnare un valore estremamente elevato, pari addirittura al 90,9%.
Così come per le infezioni informatiche che si diffondono attraverso il World Wide Web, anche relativamente alle minacce IT che si manifestano localmente sui computer degli utenti, risulta possibile stilare una sorta di graduatoria «geografica», suddividendo i vari paesi del globo in categorie ben distinte, a seconda del livello di «contaminazione» informatica che ha contraddistinto questi ultimi nel corso del primo trimestre dell'anno.
- Massimo livello di rischio di infezione informatica. Secondo i dati da noi raccolti ed elaborati relativamente al primo trimestre del 2013, tale gruppo, che si contraddistingue per un indice di rischio di «contaminazione» informatica superiore al 60% di utenti unici, è risultato essere composto di due sole unità. In esso figurano difatti esclusivamente 2 paesi, entrambi ubicati nella macro-regione asiatica: Bangladesh (67,8%) e Vietnam (60,2%).
- Elevato livello di rischio di infezione informatica. Di questo secondo raggruppamento, la cui forbice percentuale spazia dal 41 al 60%, fanno parte ben 41 paesi, tra cui Iraq (50,9%), Siria (45,5%),Birmania (44,5%), Angola (42,3%) e Armenia (41,4%).
- Medio livello di rischio di infezione informatica. Il terzo gruppo (21 - 40%) annovera invece 60 nazioni, tra cui Cina (37,6%), Qatar (34,6%), Russia (34,3%), Ukraina (33,6%), Libano (32,4%), Croazia (26,1%), Spagna (26%), Italia (23,8%), Francia (23,4%), Cipro (23,3%).
- Minimo livello di rischio di infezione informatica. Nel primo trimestre dell’anno in corso sono entrati a far parte di tale gruppo (quota di utenti unici pari o inferiore al 21%) 31 nazioni, tra cui Belgio (19,3%), Stati Uniti (19%), Gran Bretagna (18,6%), Australia (17,5%), Germania (17,7%), Estonia (17,8%), Paesi Bassi (16,2%), Svezia (14,6%), Danimarca (12,1%) e Giappone (9,1%).

Quadro mondiale relativo al rischio del prodursi di infezioni informatiche “locali” sui computer degli utenti ubicati nei vari paesi. Situazione relativa al primo trimestre del 2013
La TOP-10 qui sotto inserita si riferisce a quei paesi che vantano in assoluto le quote percentuali più basse in termini di rischio di contagio dei computer degli utenti da parte di infezioni informatiche locali:
| Giappone | 9,10% |
| Danimarca | 12,10% |
| Finlandia | 13,60% |
| Svezia | 14,60% |
| Repubblica Ceca | 14,80% |
| Svizzera | 15,10% |
| Irlanda | 15,20% |
| Paesi Bassi | 16,20% |
| Nuova Zelanda | 16,60% |
| Norvegia | 16,80% |
Rispetto a quanto rilevato riguardo al quarto trimestre del 2012, sono entrati a far parte della TOP-10 sopra riportata due nuovi paesi, ovvero Paesi Bassi e Norvegia; le “new entry” hanno comportato l’esclusione da tale classifica di Lussemburgo e Porto Rico.
Vulnerabilità
| № | Secunia IDnbsp; | Denominazione | Conseguenze dello sfruttamento della vulnerabilità | Percentuale di utenti presso i quali è stata individuata la vulnerabilità* | Data di pubblicazione | Livello di pericolosità |
| 1 | SA 50949 | Oracle Java Multiple Vulnerabilities | Attacco DoS (Denial of Service). Accesso al sistema. Diffusione di informazioni confidenziali. Manipolazione dati. | 45,26% | 17.10.2012 | Estremamente Critico |
| 2 | SA 51771 | Adobe Flash Player / AIR Integer Overflow Vulnerability | Accesso al sistema | 22,77% | 08.01.2013 | Estremamente Critico |
| 3 | SA 51090 | es Adobe Shockwave Player Multiple Vulnerabilities | Accesso al sistema | 18,19% | 24.10.2012 | Estremamente Critico |
| 4 | SA 51280 | Oracle Java Two Code Execution Vulnerabilities | Accesso al sistema | 17,15% | 10.01.2013 | Estremamente Critico |
| 5 | SA 47133 | Adobe Reader/Acrobat Multiple Vulnerabilities | Accesso al sistema | 16,32% | 07.12.2011 | Estremamente Critico |
| 6 | SA 51692 | VLC Media Player HTML Subtitle Parsing Buffer Overflow Vulnerabilities | Accesso al sistema | 14,58% | 28.12.2012 | Estremamente Critico |
| 7 | SA 51226 | Apple QuickTime Multiple Vulnerabilities | Accesso al sistema | 14,16% | 08.11.2012 | Estremamente Critico |
| 8 | SA 43853 | Google Picasa Insecure Library Loading Vulnerability | Accesso al sistema | 12,85% | 25.03.2011 | Estremamente Critico |
| 9 | SA 46624 | Winamp AVI / IT File Processing Vulnerabilities | Accesso al sistema | 11,30% | 03.08.2012 | Estremamente Critico |
| 10 | SA 41917 | Adobe Flash Player Multiple Vulnerabilities | Ataque DoS, Accesso al sistema, Publicación de datos confidenciales, Evasión del sistema de seguridad | 11,21% | 28.10.2010 | Estremamente Critico |

