La fine del principio della lotta ai patent troll

1 Ott 2018

Durante gli scorsi mesi di agosto e settembre, per la maggior parte del tempo sono stato costretto a “lavorare da casa”, cosa che di solito non faccio mai. Non potendomi dedicare ad andare in giro per lavoro o per piacere, ho avuto molto più tempo a disposizione del normale e così ho potuto dedicarmi alla lettura, e ho letto molto. Come al solito, mi sono imbattuto in molte cattive notizie ma, ogni tanto, ci sono notizie molto buone. In particolare, c’è una buona eccellente notizia sul fronte della lotta ai patent troll: un tribunale del Texas ha respinto l’azione legale che Uniloc aveva intrapreso contro di noi per violazione del brevetto US5490216. Brevetto che, agli inizi degli anni 2000, ha seminato il terrore tra le aziende IT, che ha fatto venire i capelli bianchi a molti avvocati specializzati in brevetti e che ha alleggerito senza pietà i portafogli di oltre 160 aziende (160!), tra cui anche giganti come Microsoft o Google.

Ma le ottime notizie non finiscono qui!

Lo sforzo congiunto dell’intero settore IT ha portato all’invalidamento del brevetto IT; ma non è solo questa notizia che merita grandi festeggiamenti, è soprattutto il fatto che questo invalidamento porterà a un cambio importante (necessario, purtroppo, da tempo) nel sistema brevetti statunitense. È vero, sarà un cambiamento lento ma comunque inesorabile, e comunque lentamente è sempre meglio di nulla, soprattutto quando certi cambiamenti hanno una certa importanza a livello globale: almeno l’industria IT potrà togliersi di dosso i parassiti dei brevetti, che non fanno altro che succhiare il sangue ostacolare lo sviluppo tecnologico.

La ruota non solo ha iniziato a girare ma anche a scendere velocemente lungo la collina: gli sviluppatori stanno acquisendo maggiore libertà in ciò che fanno perché protetti dalle idiozie di questi proprietari di brevetti che riguardano idee astratte e a volte piuttosto ovvie, che nella pratica non vengono applicate o che vengono utilizzate per spremere denaro agli sviluppatori di tecnologie simili. Insomma, la storia del brevetto …’216 potrebbe essere letta come una sorta di thriller emozionate, e per questo quasi quasi tornerò a raccontarla, affinché possa intrigarvi di nuovo.  Preparate un caffè (o dei popcorn, meglio) e mettetevi comodi per ascoltare una storia che riguarda i parassiti dei brevetti e che vi farà mordicchiare le unghie per la tensione (per non parlare ai patent troll…).

Nel 1992, viene fondata in Australia la Uniloc Corporation. Ai tempi sviluppava soluzioni per la sicurezza IT e svolgeva un’attività di tutto rispetto. Nello stesso anno, una delle sue tecnologie per la protezione dalla pirateria dei software a sua volta viene protetta dal brevetto statunitense 5.490.216. Tuttavia, qualche anno più tardi l’attività di questa azienda si trasforma completamente, prendendo tutt’altra direzione. Nel 2003, crea una rete di società controllate, la cui unica attività riguarda, diciamo così, tutto ciò che è inerente alla concessione di licenze. E all’improvviso puntano direttamente a un pesce grossissimo, facendo causa a Microsoft per violazione del brevetto ‘216!

Ma vale spendere qualche parola sul brevetto in questione…

Il brevetto riguarda un metodo di attivazione software per evitare che una copia del software possa essere utilizzata su un dispositivo diverso. In poche parole, serve a impedire l’uso della licenza su decine di migliaia di computer.

Il processo di attivazione consiste nella creazione di un codice identificativo unico basato su informazioni del dispositivo dell’utente, come ora, numero di serie dell’hard disk, nome e indirizzo dell’utente, nome dell’azienda, dati di pagamenti e tanto altro. Un codice identificativo unico che utilizza lo stesso algoritmo viene anche creato dalla parte del server, che poi viene inviato all’utente per il confronto e, se i due combaciano, allora si può attivare la licenza del software. E la causa in tribunale riguarda la violazione di questa “procedura brevettata”, anche se già molte aziende si avvalevano del confronto degli hash di certi dati per effettuare tutte le verifiche opportune.

Ma il male risiede nei piccoli dettagli, dettagli che i chiamati in causa non sembrano aver esaminato attentamente nel corso di 15 anni. Se lo avessero fatto, avrebbero messo fine all’estorsione.

E quindi nel 2003, Uniloc fa causa a Microsoft; il processo va avanti sei anni e nel 2009 la corte emette sentenza a favore di Uniloc, con un risarcimento di 388 milioni di dollari. Dopo numerosi ricorsi in appello da entrambe le parti, il caso ha raggiunto la Federal Circuit Court of Appeals statunitense. E dopo l’udienza Microsoft e Uniloc hanno raggiunto un accordo extra-giudiziario, non si conosce la somma ma sarà stata sicuramente importante.

Un momento importante di questa “soap opera” è stata proprio la decisione del 2009 da parte della corte. In seguito alla sentenza, Uniloc ha poi citato in tribunale aziende IT a raffica; inoltre, Uniloc si è fatta più furba acquistando nuovi brevetti, guadagnandoli il nomignolo di Patent Troll-in-Chief. Perché investire tempo e denaro in ricerca e sviluppo? È questo il modo più facile per fare soldi! E così i programmatori sono stati ben presto sostituiti da importanti avvocati specializzati in brevetti che, seguendo la procedura standard da patent troll, non facevano altro che succhiare fondi dall’industria IT come sanguisughe, fondi che si sarebbero potuti investire nello sviluppo di prodotti e servizi utili. Molte aziende IT prese di mira da Uniloc hanno ceduto al ricatto del patent troll; a causa dell’ingombrante esempio di Microsoft, molte aziende chiamate in tribunale hanno preferito dar da mangiare al troll arrivare a un accordo: “Se Microsoft non è riuscito a sconfiggerli, sicuramente non saremo noi a farlo“. E cosa dire di coloro che invece hanno puntato i piedi combattendo? Alla fine, hanno perso. Poi, il 18 ottobre 2013, è arrivato il nostro turno, e Uniloc ci ha citato in tribunale per violazione di brevetto.

Amici lettori del mio blog, che seguite le mie dichiarazioni riguardo i nostri rapporti con i patent troll, probabilmente ricorderete il mio motto: “Combatteremo i troll fino all’ultimo colpo, il loro ultimo colpo“. Perché non alimenteremo mai i troll, va tropppo contro la nostra filosofia aziendale. Nei casi di azioni legali per violazione di brevetto, l’unica cosa che facciamo è opporci fino a quando non raggiungiamo la vittoria (e alla fine abbiamo capito che è meglio passare subito al contrattacco per stroncare sul nascere le loro tendenze parassitarie ancor prima che pensino di inviarci una citazione in tribunale per violazione di brevetto).

Anche in questo caso, abbiamo fatto come al solito e ci siamo messi al lavoro…

Abbiamo analizzato tutta la documentazione del brevetto in ogni minimo dettaglio (davvero fino in fondo) e abbiamo riscontrato differenze importanti tra la nostra tecnologia e quella brevettata. Con pazienza abbiamo percorso tutte le fasi di giudizio, calcolando attentamente tutte le nostre possibili mosse e preparando le nostre argomentazioni in base a ciò o adattando la nostra posizione quando necessario. In parallelo, era stata avviata una procedura legale per l’invalidamento del brevetto presso l’ U.S. Patent and Trademark Office, aiutati dal fatto che nel 2011 era già entrato in vigore il Leahy-Smith America Invents Act, che apportava cambiamenti significativi e molto opportuni dal punto di vista legislativo al sistema dei brevetti.

A settembre 2012, sempre seguendo l’America Invents Act, sono state avviate due importanti procedure con l’obiettivo di contestare la validità di un brevetto presso il Patent Trial and Appeal Board (PTAB): (i) l’Inter Parties Review (IPR), secondo il quale chi contesta la validità del brevetto può dimostrare con ragionevole probabilità la non validità del brevetto e (ii) la procedura Post Grant Review (PGR) per la non validità di brevetti recenti (emessi entro i nove mesi precedenti) se chi contesta la validità del brevetto può dimostrare la non validità “con maggiore probabilità“! (sì, le peculiarità semantiche delle leggi statunitensi possono spiazzare).

In confronto alla procedura standard in tribunale per la contestazione di un brevetto, queste nuove procedure sono più rapide (un anno invece di due anni e mezzo), più economiche (250 mila dollari invece di 1,5/2 milioni di dollari) e, soprattutto più semplici e più professionali: le decisioni IPR/PGR vengono prese da esperti professionisti in brevetti e non da una giuria, le formule dei brevetti vengono analizzate con maggiore attenzione (sebbene lo stato dell’arte è limitato a brevetti e pubblicazioni stampate) e, infine, il livello di argomentazione richiesto (la cosiddetta “probabilità”) è minore.

Ora, ingenuamente qualcuno potrebbe pensare che, con questi nuovi meccanismi regolatori, possiamo sbarazzarci dei troll una volta per tutti. Piano, non è così che funziona!

Passando dalla teoria alla pratica, entrambe le procedure sono in realtà piuttosto complesse; se si aggiunge che si tratta di procedure nuove mai testate prima, il processo viene rallentato ancora di più e i risultati sono in qualche modo imprecisi. In ogni caso, molte aziende hanno colto al volo l’occasione di sfruttare queste procedure per inficiare la validità di certi brevetti, il che è positivo perché così i patent troll vengono attaccati da tutti i fronti e, se si utilizzano argomentazioni di vario tipo, le possibilità di successo aumentano. A proposito di successo… saltiamo direttamente al 2016, anno in cui il famoso brevetto ‘216 è stato finalmente dichiarato non valido!

L’accusa ha dimostrato al PTAB che il diritto di priorità di questo brevetto dovrebbe essere indicato dalla data della domanda di brevetto statunitense (21 settembre 1993) e non dalla imprecisa domanda di brevetto australiana scritta in modo molto vago (sì, per ottenere un brevetto negli Stati Uniti si può utilizzare il diritto di priorità o la domanda di brevetto depositata in un altro paese). Qual è la differenza? Ebbene, la domanda australiana e statunitense in questo caso non sono identiche. Nella domanda australiana non erano evidenziati i relativi elementi chiave che hanno permesso di vincere la causa contro Microsoft! È stata poi presentato un brevetto precedente che riguardava un metodo di generazione di codici identificativi unici per difendersi dalla pirateria di software, ed è stato il colpo definitivo al brevetto ‘216.

Pensiate che sia finita qui? E invece no!

Gli avvocati specializzati in brevetti hanno dovuto attendere altri due anni per via dell’appello da parte di Uniloc e ottenere la decisione della Corte Suprema (i troll hanno contestato la costituzionalità delle nuove procedure per l’invalidazione dei brevetti). Ma tutto bene quel che finisce bene…

L’appello è stato rifiutato e la Corte Suprema ha confermato la costituzionalità delle procedure PTAB. Finalmente posso affermare che ci stiamo movendo poco a poco verso una nuova era per i brevetti, un’era dove si protegge la proprietà intellettuale di inventori, sviluppatori e aziende tecnologiche veri, e ciò porterà un progresso reale, proprio grazie alle loro idee. Un’era segnata da nuove regole, più giuste, pensate per proteggere le tecnologie, senza idee ovvie e astratte o algoritmi (in questo caso, tanto di cappello al precedente rappresentato da Alice). La “brevettabilità” delle invenzioni ora va oltre la rappresentazione generica di idee astratte.

Questi nuovi sviluppi e queste nuove pratiche nel settore dei brevetti hanno evidenziato una certezza da tempo necessaria: finalmente la parodia di giustizia che prende il nome di “patent trolling” sta finalmente giungendo alla sua conclusione. Quando avverrà una volta per tutte? Staremo a vedere…

Nel frattempo, ho pensato di concludere questo post con una citazione di Winston Churchill, che descrive perfettamente la situazione attuale nel mondo dei brevetti: Non è la fine. Non è neanche il principio della fine. Ma è, forse, la fine del principio.